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27 agosto 2012

La cuoca-provetta

Scusate, è più forte di me, proprio non ce la faccio a postare solo ricette di crostate, arrosti, lasagne e pasta fatta in casa (che tra l'altro non ho mai postato). E dire che mi piacciono un sacco. Ma questo blog mi invita spesso a sperimentare come quando preparai i tartufi dolci allo zafferano (qui) o la torta di quinoa (qui). Sembra quasi che a casa mia si cucinino solo insetti, radici e cetrioli di mare ma giuro che non è così. Permettetemi di fare una premessa per introdurre l'argomento di questo post. Nel corso dell'ultimo anno della scuola superiore (mi sono diplomata in grafica pubblicitaria) parlando con la prof. di matematica le dissi che avrei voluto fare il vigile urbano una volta terminati gli studi; lei mi guardò spalancando gli occhi e inorridita mi disse 'come il vigile urbano?! Tu puoi fare sicuramente di più!'. Sono certa che lei non volesse offendere nessun vigile urbano, era una bravissima insegnante, solo che si preoccupò che un'allieva (quasi) modello sprecasse il proprio talento per lo studio senza prendere in considerazione la possibilità di iscriversi all'università. Così, dopo averle confessato la mia ambizione, dovetti fermarmi a riflettere su quanto mi era stato risposto. Tuttavia le mie idee in merito al futuro continuarono ad essere piuttosto fumose fino al giorno della mia maturità quando al presidente di commissione, che mi chiese cosa volessi fare dopo il diploma, risposi 'l'ingegnere nucleare!'. Ricordo che i presenti mi guardarono con stupore e commentarono con parole di ammirazione la mia decisione. Mi diplomai e dopo un mese mi iscrissi alla facoltà di Architettura. Ancora oggi mi capita di ripensare a quella risposta senza tuttavia capirne il senso.
Sono una di quelle persone che non hanno picchi di genialità. A scuola mi applicavo e andavo bene in tutte le materie. Per certi aspetti è stata un po' una fregatura perché ero brava in tutto ma non eccellevo in niente. Direi di scarso aiuto quando si deve scegliere per il proprio futuro. Così seguii un sogno che avevo da ragazzina quando avrei voluto restaurare i dipinti  antichi e dato che la facoltà di architettura offriva una specializzazione in restauro architettonico, feci quella scelta. Tuttavia c'è una cosa in cui sono una vera campionessa: la curiosità. Beninteso, non la curiosità che ti fa impicciare degli affari altrui, ma la curiosità che ti spinge a conoscere qualcosa che non conosci. Quando scopro una cosa di cui non ne sapevo l'esistenza e penso che potrebbe interessarmi, inizio a studiarla come se fosse l'ultima cosa al mondo da fare prima di morire, mi preparo meglio che posso e poi provo a realizzarla, replicarla, e interpretarla. Forse l'università mi da dato proprio questo: un metodo di studio e la perseveranza di raggiungere un obiettivo.
Vi confesso che da giovincella, mentre le mie amiche tappezzavano la stanza con foto del loro cantante preferito o del belloccio di turno, io attaccavo al muro la gigantografia 70x100 cm. della faccia di Albert Einstein sotto alla quale capeggiava una sua storica frase "L'immaginazione è più importante della conoscenza". Avrei tanto desiderato un'immaginazione che superasse  la conoscenza, ma questo è un dono riservato ai geni che tuttavia, in quanto tali, difettano in tantissime altre cose. Magra consolazione, vero, ma pur sempre una consolazione :-)
Qualche mese fa, durante le mie escursioni sul web, mi imbattei per caso in un articolo sulla Cucina Molecolare e associai immediatamente questa tecnica allo chef Ferran Adrià e al suo ristorante spagnolo El Bulli. Adrià sperimentò e sfruttò la chimica degli elementi portandola in cucina. Così mi si accese un lampadina e in quel momento mi ripromisi che dalla mia cucina sarebbe uscito qualcosa di molecolare!
...ma l'entusiasmo svanì nel giro di qualche minuto.
Se in rete trovi milleduecentosessantaquattro modi per cucinare qualunque cosa, sulla cucina molecolare non c'è quasi nulla. Qualche filmato su Youtube, una frase scritta lì, una nota là, ma nulla di veramente di aiuto. Lessi e rilessi tutto ciò che riuscii a trovare perché avevo bisogno di capire i principi e afferrare i concetti.
Poi decisi che finalmente ero pronta per sperimentare; esclusi fin dal principio l'uso dell'azoto per ovvie ragioni e pensai agli abbinamenti. La vera difficoltà fu recuperare alcuni 'ingredienti' essenziali all'esperimento; non avendo tempo a disposizione incaricai la mia mamma di battere a tappeto tutte le farmacie della città con grande ilarità da parte dei farmacisti che mi saranno ancora grati per avergli fatto trascorre un quarto d'ora di allegria quando mia mamma gli sottoponeva le mie richieste. Ma dopo qualche settimana di ricerche e complice le ferie trascorse senza muovermi da casa, mi sono tolta questo sfizio chimico-culinario e non vi nascondo l'enorme soddisfazione quando dopo aver allestito la cucina come se fosse un piccolo laboratorio, le reazioni chimiche hanno dato l'esito che speravo.
Qui sotto il risultato del primo esperimento: tartare di gamberi con crema di barbabietole, riduzione di salsa di soia e caviale (molecolare) di wasabi.


Per questa volta non vi spiego nessuna tecnica ma solo gli ingredienti che ho usato. Vi anticipo solo che il caviale di wasabi sono delle piccole sfere contenenti un liquido al sapore di wasabi che durante la masticazione rilasciano il loro contenuto. Ho ancora in serbo altre ricette molecolari quindi consentitemi di creare un po' di suspense prima di svelarvi i dettagli della mia chimica in cucina. :-) 
(PS: in rete troverete le spiegazioni (in diverse versioni) in merito alla tecnica di sferificazione, ma spero passiate ancora a trovarmi sul questo blog per leggere anche la mia versione).

Tartare di gamberi con crema di barbabietole, riduzione di salsa di soia e caviale di wasabi

Per due persone:
24 gamberi freschissimi
1 barbabietola (già cotta la forno)
zenzero in polvere
sale
olio
mezzo lime
1 cucchiaio di acqua

Per la riduzione 
2 cucchiai di salsa di soia
mezzo cucchiaio di zucchero semolato

Ingrediente molecolare:
caviale di wasabi (**)
**(LA SPIEGAZIONE SU COME FARE IL CAVIALE, POTETE TROVARLA QUI)

Eliminare il guscio dei gamberi e il filetto nero sulla schiena, tagliarli a piccoli pezzi e marinarli per circa un'ora con il succo di mezzo lime, olio, sale e zenzero in polvere.
Tagliare a piccoli pezzi una barbabietola, frullarla con poco olio, un cucchiaio di acqua e poco sale fino ad ottenere una consistenza liscia.
Preparare la riduzione scaldando la soia e lo zucchero per circa 1 minuto nel microonde (in alternativa anche sul fuoco).
Comporre il piatto aggiungendo alla fine il caviale di wasabi.

21 agosto 2012

Dolce ossessione






Ci sono cose nella vita che scegli di fare (o di non fare) semplicemente ascoltando il suono del nome che portano. Avete mai provato a pensare alle parole? All'emozione che vi suscitano quando le pronunciate indipendentemente dal loro significato? Per quanto mi riguarda i mesi di aprile, agosto e novembre proprio non mi piacciono proprio a causa del suono del loro nome. Quando iniziano quei mesi ho come l'impressione che le cose non andranno come vorrei e mi porto dietro per quei giorni una strana sensazione che scompare solo quando si concludono. Invece settembre, ottobre e febbraio mi mettono allegria e una energia positiva mi pervade per tutta la loro durata. Insolito vero? Provate a pensare alla suggestione delle parole, agli aggettivi o ai sostantivi che vengono usati per identificare dei luoghi, delle persone o delle situazioni. La mente vive già delle emozioni prima ancora di averle sperimentate semplicemente per la suggestione delle parole.
Da circa un anno subisco l'influsso di una parola in cucina; l'ho trovata sporadicamente in qualche blog, ne sono rimasta colpita, poi rapita e infine ammaliata. Guardavo le fotografie, ne leggevo la descrizione, ne sentivo il gusto e la consistenza, ne odoravo il profumo mentre le immagini assumevano nel tempo una consistenza così reale da avere una consistenza tangibile. In questi mesi ho cercato  lo stampo per preparare questo dolce, ma era sempre troppo costoso e solo ordinabile via web. Ma quella parola era sempre lì, ricorrente e presente nella mia testa di 'donna-che-cucina'. Poi, un giorno, durante queste ferie milanesi, mi imbatto per caso in lui: lo stampo originale. In un attimo entra nel carrello, senza indugio e senza leggerne il prezzo; mi segue fino a casa, entra nella mia cucina e trova spazio tra le altre forme. Lo stampo è della Wilton, in alluminio con i tre piedini e il fondo staccabile.
L'ossessione ha un nome: Chiffon Cake, la torta americana alta circa 11 cm, dalla sofficità così marcata che il più morbido dei nostri pan di spagna non riuscirà mai ad eguagliare.
In meno di tre giorni ho usato più uova di quante non ne consumo in 6 mesi, dando sfogo al mio desiderio di Chiffon Cake; ho preparato prima la versione 'bianca' e poi la versione 'nera' (che vedete nelle foto) che ho portato ad amici per un pranzo in campagna.
Prima di iniziare qualunque cosa mi piace documentarmi; ho confrontato almeno dieci ricette di Chiffon Cake, ho letto il procedimento e la sequenza da seguire per unire gli ingredienti, i tempi di cottura e soprattutto la fase del raffreddamento, perché è lì che si nasconde il segreto di questa torta (da non confondere con l'Angel Cake senza grassi e tuorli ne con la Sponge Cake fatta con uova sbattute intere e con l'uso, in certi casi, di burro). La torta che vedete qui sotto è il risultato del mio entusiasmo!
Personalmente preferisco la versione bianca, 'nuda' e soffice, ma come tante torte americane, la Chiffon Cake richiede una farcitura, secondo i propri gusti, fatta con panna, creme, glasse o inzuppata di bagne di differenti sapori. Mangiatela come volete, ma mangiatela, perché vi assicuro che una torta così morbida e dal nome così invitante io non l'ho mai mangiata. Buona Chiffon a tutti. :-)

PS: Le foto le ho scattate al volo con il telefonino appena terminata la composizione e un minuto prima di insacchettarla e partire per la gita fuori porta; gli scatti a torta tagliata erano impresentabili ma spero di poter ovviare molto presto con la replica della versione bianca per mostrarvi la morbidezza dell'interno (in ogni caso è sufficiente fare una ricerca con Google per vedere delle foto eloquenti).


Chiffon Cake al cioccolato (ovvero la torta più soffice del mondo)

(indicazioni da seguire passo passo per lo stampo originale da 25-26 cm di diametro)

Versione NERA
285 gr di farina 00 (quella per torte)
6 tuorli
340 gr di albumi
290 gr di zucchero semolato frullato
120 gr di olio di semi (per me di girasole)
195 ml di acqua
1 bustina di lievito vanigliato
8 gr di cremor tartaro
90 gr di cioccolato fondente al 70%
1 cucchiaino di cacao amaro
1 pizzico di sale

per la crema:
1 tuorlo
100 gr di ricotta vaccina
50 gr di mascarpone
3 cucchiai di zucchero a velo

marmellata di lamponi
lamponi freschi e altri frutti di bosco a piacere

Tritate il cioccolato finemente e fatelo fondere a bagnomaria; aggiungete un pochino di olio e acqua, mescolate bene e lasciate intiepidire.
In una ciotola molto capiente, unite la componente secca: la farina setacciata, lo zucchero semolato tritato fine, il lievito setacciato, il sale e il cacao. Poi aggiungete, senza mescolare, l'olio avanzato, i tuorli e l'acqua avanzata e lasciate riposare.
In un'altra ciotola, montate gli albumi a neve fermissima unendo dopo 30 secondi il cremor tartaro.
Amalgamate bene il contenuto della prima ciotola, aggiungete il cioccolato fuso mescolando e una volta che il composto sarà uniforme, aggiungete un po' per volta gli albumi montati a neve facendo attenzione a non smontarli. Mescolate benissimo altrimenti rischiate che in fase di cottura le due masse si separino.
Nel frattempo accendere il forno (ventilato) a 160° posizionando la griglia nella parte più bassa.
Versate il composto nello stampo che NON dovrà essere MAI imburrato, oliato o rivestito con carta forno per nessuna ragione!! Deve restare così com'è per la buona riuscita della torta. Lasciate un margine di circa 3-4 cm dal bordo della tortiera
Sistemate la torta in forno a 160° per 50 minuti, poi per altri 10-15 minuti a 175°. Fate la prova dello stecchino (usatene uno lungo perchè la torta crescerà di parecchi centimetri) per verificare se l'interno è cotto.
A questo punto dovrete sfornare la torta e lasciarla raffreddare capovolta per circa un'ora. Lo stampo originale è già dotato di piedini che però non sono sufficientemente alti e si corre il rischio che si crei troppa umidità sotto la torta lasciandola bagnata. Sollevate quindi lo stampo appoggiando i tre piedini su tre tazze della stessa altezza oppure infilando il tubo centrale dello stampo nel collo di una bottiglia (io ho optato per la prima soluzione). Ogni tanto date un'occhiata alla torta perché a qualcuno è capitato che gli sia scivolata fuori da sola dallo stampo, ma se non dovesse succedere, quando si sarà raffreddata passate un coltello o una spatola lungo i bordi per staccarla e posizionatela su un piatto con la parte più larga verso il basso.
Il raffreddamento a testa in giù permette alla torta di non schiacciarsi e quindi di non perdere la sofficità. Non dimenticatelo. Se non avete lo stampo originale, va bene anche uno stampo per ciambelle, l'importante è che NON sia antiaderente.
La torta è più buona il giorno dopo quando si sarà completamente raffreddata e i sapori si saranno amalgamati. Sempre che riusciate a farla arrivare fino al giorno dopo....! :-)
Vi consiglio di coprire la torta con una borsina di plastica (tipo quelle della frutta che si usano nei supermercati) per mantenere la giusta umidità e morbidezza anche dopo 2 giorni.

Per quanto riguarda la mia decorazione ho proseguito come segue.
Ho preparato la crema mescolando il tuorlo, lo zucchero, la ricotta e il mascarpone e ho mescolato bene.
Ho tagliato la torta a metà, ho steso un velo di marmellata di lamponi, poi la crema di ricotta e ci ho annegato una bella dose di lamponi freschi. Ho richiuso e guarnito con ribes. Sulla sommità della torta ho steso un velo di marmellata di lamponi per far aderire meglio i frutti di bosco, poi ho lucidato i frutti scaldando della marmellata di lamponi diluita con un po' di acqua.

28 luglio 2012

All black

Quando tutti partono per le ferie io pubblico un post. Direi in perfetta controtendenza come il mio solito. Non ho vinto un viaggio intorno al mondo. Ero solo impossibilitata a scrivere sul mio blog a causa di una serie di accadimenti: collasso del mio notebook, arrivo del nuovo notebook ma non di quello che avevo ordinato, successiva spedizione al mittente, arrivo del nuovo e installazione del software strettamente necessario per ripartire. 'Na faticaccia! :-)
In questa (forzata) pausa riflettevo su una questione: perchè ho aperto un blog di cucina? Ogni tanto mi pongo e ripongo questa domanda più che altro per rinnovare e verificare le mie motivazioni e per trovare un senso alle ore trascorse ad accudire questo passatempo  virtuale.
Devo aver già scritto da qualche parte che il motivo numero Uno è la fotografia. Fino all'altro ieri sapevo giusto scattare in modalità automatica, conoscevo per sommi capi la differenza tra diaframma e otturatore, gli ISO me li ricordavo dai rullini della Kodak (io, per non sbagliare, prendevo sempre quello da 200 ASA senza capire cosa centrassero gli ISO) e la messa a fuoco non era affar mio. Per sbaglio qualche anno fa mi sono imbattuta in qualche foto di food ed è stato amore a prima vista. Ma questo l'ho già scritto, appunto. Il motivo numero Due è la cucina. Un gradino più in basso rispetto alla passione per lo scatto, c'è la cucina, anche per un'ovvia ragione: se cucinassi solo pasta in bianco, uova al tegamino e insalata, verrebbe a mancare la ragione numero uno di questo blog... a meno che non vogliate chiamarmi per fotografare i vostri piatti, alla fine mi mangerei il set e visto quello che cucinate ne sarei davvero felice. Il motivo numero Tre sta nel bisogno di comunicare qualcosa. Non che abbia aneddoti emozionanti, ma la vita si muove anche dalle mie parti ogni tanto. Anziché raccontare di 'viaggi esteriori', cioè quelli che ti portano in giro per l'Italia e per il mondo, preferisco parlare di 'viaggi interiori', ossia quelli che ti permettono di imparare e ampliare la conoscenza, partecipando a corsi, eventi, incontri o semplicemente leggendo un libro o sperimentando 'sul posto'. La potrei chiamare "Esperienza a KmZero". Lo scorso week-end (quando il mio notebook dava già i segni di una fine imminente) ho deciso che era il momento per studiare un pò la luce utilizzando la mia macchina fotografica. Ma la luce nel senso di assenza di luce e per questa ragione ho preparato un piatto BUIO: legume nero, cereale nero, ciotola nera, tovagliolo nero e fondo nero. Preparo il mio set con luce naturale laterale aggiungendo una difficoltà in più: abbasso la tapparella fino a creare una penombra intima e sfidante, oltre a far salire la temperatura a 38° con la finestra chiusa per non fare entrare più luce di quella strettamente necessaria. Ho trascorso 4 ore a scattare foto al nero, smanettando con diaframma e tempi di esposizione, senza alzare di un centimetro la tapparella e negandomi l'aria fresca del condizionatore. Puro masochismo. Ne sono uscita sfatta ma soddisfatta e il risultato lo potete vedere qui sotto. Diciamo che questo è quello che intendo per 'viaggio interiore' e non vi nego che ho quasi avuto le allucinazioni per colpa della temperatura da reattore nucleare raggiunta all'interno della stanza.
Il nero è anche il pretesto per raccontarvi della ''Cena al buio'' a cui ho partecipato qualche mese fa presso l'Istituto dei Ciechi di Milano. Tre ore trascorse completamente al buio, seduta ad un tavolo con altre persone sconosciute a gustare pietanze sconosciute (e per una foodblogger è un'esperienza che vale doppio: una sfida con sè stesse per riconoscere i sapori senza l'uso della vista) e servita da ragazzi ciechi che si muovevano per la sala affollata (circa 30 persone) come se la luce fosse accesa. Vi lascio liberi di fare le vostre considerazione sull'infinita capacità del corpo umano di adattarsi a ciò che manca (in questo caso la vista) e la consapevolezza di quanto noi 'normali' utilizziamo poco e male il nostro corpo pur avendo tutti i 'pezzi'. Gli stessi ragazzi organizzano anche l'esperienza "Dialogo nel Buio", un percorso nella totale oscurità, guidato da ragazzi non vedenti. E' stato presentato anni fa come un progetto extemporaneo che doveva durare solo qualche mese, ma visto il successo dell'iniziativa, Dialogo nel Buio è stato trasformato in un evento stabile e aperto a tutti. Vi invito ad andarci, a provare come ci si sente con un bastone bianco in mano, mentre si cammina (direi si brancola) ad occchi chiusi nel buio pesto in ambienti che riproducono la quotidianità delle nostre vite, compreso quello che simula la città caotica. Pensate ad un non vedente che cammina su un marciapiede, circondato da mille rumori, le moto e le auto parcheggiate dove non dovrebbero, le cacche dei cani, le buche e i mille ostacoli che noi vediamo e loro no. E durante questa doppia esperienza di cecità in questi viaggi interiori, la mia consapevolezza, il senso civico e l'ammirazione verso coloro che 'ci vedono pur non vedendoci' è aumentata a dismisura. E per scoprire che la vita anche per chi non vede non è vuota né triste. È, per alcuni aspetti, semplicemente diversa.
Ancora oggi, a distanza di tempo, mi capita di chiudere gli occhi mentre mangio qualcosa che non ho cucinato perchè il 'gioco dei sapori che non vedo' ma che posso percepire con gli altri sensi mi fa ricordare quei ragazzi coraggiosi. Un ultimo suggerimento per coloro che amano la lettura: non perdetevi il capolavoro di José Saramago ''Cecità'' perchè il nero è solo una questione di punti di vista! :-)


Cereali e legumi oscuri
per due persone

50 gr ceci neri
50 gr lenticchie nere Beluga
50 gr fagioli neri
50 gr Riso Venere
sesamo nero
zenzero in polvere
2 lime
olio extravergine di oliva
sale e pepe                                                                                                                                            
Il giorno prima mettete a bagno in acqua fredda i ceci, i fagioli, le lenticchie e il riso. Cuocete a vapore i legumi e il riso iniziando con i ceci e i fagioli e dopo 10 minuti aggiungete il riso e le lenticchie. Lasciate cuocere per circa 45 minuti. Scolate e lasciate raffreddare. In una ciotola mescolate il succo di due lime (ma anche uno, dipende dai vostri gusti), l'olio evo, il sale, un po' di pepe e un pizzico di zenzero. Condire i legumi e il riso e spolverate con sesamo nero e con la scorza del lime. Mettete in frigorifero e lasciate riposare un paio di ore prima di servire.

5 giugno 2012

Torta lava-bocca

E' più forte di me: una torta classica con farina, burro, uova e zucchero non è proprio nelle mie corde. In un post precedente raccontavo il fatto che se qualcuno mi avesse proposto di cucinare usando scaglie di sapone, io mi sarei messa subito all'opera. Bene, questa volta non parliamo proprio di sapone o di detersivo in polvere ma di saponina (che con il sapone penso non c'entri nulla ma mi piaceva l'assonanza del nome) una sostanza presente nell'ingrediente principale di questa torta: la quinoa. 
Fino ad oggi ho sempre usato questo pseudocereale per le preparazioni salate, alternandola al cous-cous, al bulghur e al riso, fino a quando non mi sono ricordata di aver letto da qualche parte della quinoa impiegata al posto della farina per preparare i dolci. 
Giusto un breve cenno sulla quinoa per chi non la conoscesse. Pianta erbacea della famiglia della barbabietola e degli spinaci (ecco perchè pseudocereale), chiamata dagli Inca "chisiya mama" che in lingua quechua significa "madre di tutti i semi".  Chicco nutriente e ricco di proteine (vegetali, evviva!), calcio (ne contiene in proporzione più del latte - ma dai!!) e lisina (amminoacido essenziale normalmente carente in molti cereali e presente nella quinoa in quantità quasi doppia rispetto al frumento - toh! Meglio della pasta). Si dice che il consumo frequente di quinoa regoli lo stimolo della fame e riduca il desiderio di cibi grassi e non ultimo, la quinoa è priva di glutine (che per i celiaci è una bella notizia). Un'unica avvertenza prima di consumarla: lavatela bene e ripetutamente perchè i suoi chicchi contengono saponine (anche se, fortunatamente, la varietà che consumiamo è quella con il contenuto più basso), una sostanza leggermente amara prodotta dalla pianta per proteggersi da uccelli e insetti. Così finalmente l'uso del 'quasi-sapone' nella mia torta, si avverato e aspettatevi nei prossimi post indicazioni sui giri della cetrifuga, consigli sull'ammorbidente e sul calore del ferro da stiro :-)
Quindi dopo il riso alle mille spezie, altra ricetta non proprio a km zero: qui finiamo dritti dritti in Sud America dove nasce la quinoa, ma mi perdonerete sicuramente perchè la colpa di questi piatti è esclusivamente dei geni di quel mio lontano parente che sovente mi impediscono di proporre ricette della tradizione tipica italiana; prometto però di lottare contro il mio DNA per far emergere il mio lato tradizional-popolare e celebrare con pasta al pomodoro e risotti gialli, la nostra cucina. Tuttavia oggi lancio il guanto di sfida a coloro che vorranno 'lavarsi la bocca' con questa torta ricca di sapori lontani e piena di principi nutritivi, anche solo per la curiosità di assaggiare un universo diverso :-)


Torta di quinoa e mirtilli 

300 gr di quinoa
150 gr zucchero semolato
100 gr di burro
1 lt di latte intero
60 gr di pinoli
50 gr di uvetta
3 uova
1 bustina di lievito per dolci (senza glutine se la torta è per celiaci)
la buccia di un limone bio
sale
marmellata di mirtilli
acqua q.b.

Lavate ripetutamente la quinoa sotto l'acqua corrente, poi scolatela bene. Mettete sul fuoco una casseruola con il burro e fatelo sciogliere, aggiungete la quinoa, il latte, un pizzico di sale e la buccia del limone grattuggiata. Lasciate cuocere per 20 minuti circa a fiamma media fino al completo assorbimento del liquido. Lasciate raffreddare. Nel frattempo lavate e ammollate l'uvetta in acqua tiepida, poi strizzatela. In una ciotola sbiancare i tuorli con lo zucchero, aggiungete il lievito, i pinoli e l'uvetta e infine la quinoa raffreddata. Montate gli albumi a neve ferma e uniteli alla massa preparata in precedenza facendo attenzione a non smontarli.
Imburrate uno stampo alto a cerniera di circa 23 cm e sul fondo posizionate un disco di carta da forno, versate il composto e cuocere in forno statico a 160° per circa 50 minuti; terminate la cottura con altri 10 minuti in modalità forno ventilato per dare un bel colore dorato alla torta. Levate dal forno e lasciate raffreddare. Nel frattempo sciogliete 4-5 cucchiai di marmellata di mirtilli (ma anche di lamponi, fragole, more, ecc) con un cucchiaio di acqua a fiamma molto bassa, lasciate intiepidire e versate sulla torta ricoprendo tutta la superficie. Fate raffreddare e servite.


PS: dato che impasto, mescolo, giro e trito tutto rigorosamente a mano, approfitto del contest di Barbara per sperare di vincere il mio 'braccio destro' in cucina. Incrocio le dita e spero che Barbara si metta una mano sul cuore e immaginandomi con i muscoli del bicipite del braccio destro simili a quelli di un culturista, mi premi con quel magnifico Kitchen Aid fucsia (che tra l'altro starebbe benissimo nella mia cucina bianca).

27 agosto 2011

A tutto tonno


Prima che questo caldo ci abbandoni per lasciare il posto a temperature più miti, vorrei invitarvi a provare questa semplicissima tartare di tonno crudo, semplice e veloce da preparare (e poi il pesce crudo fa sempre una certa scena nelle cene con gli amici). Pertanto armatevi di coltello e di pesce freschissimo e in meno di un'ora avrete pronto un gustoso antipasto da servire in terrazza (ma anche in un monolocale...). 

21 agosto 2011

I love pomodoro


Inauguro questo blog con una caprese un pò speciale. Con questo caldo la cosa che più si desidera è affondare i denti in qualcosa di fresco quindi cosa c'è di meglio di una fredda crema al pomodoro sopra ad uno strato di vellutata mozzarella di bufala insaporita da un velo di basilico? Il bicchierino va servito freddo e rigorosamente mangiato immergendo il cucchiaino nello strato di mozzarella e su su fino al basilico. Sentirete che sapori e soprattutto che frescura per il palato.