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7 novembre 2014

1° Master in Food Design


Si può parlare di cibo, se non si parla solo di cibo.
Questa è la sintesi che porto con me dopo avere assistito alla conferenza stampa per la presentazione del 1° Master in Food Design, organizzato a Milano dalla SPD-Scuola Politecnica di Design e dall'Università IULM. Non è un caso che un'iniziativa di questo genere nasca proprio a Milano, luogo per antonomasia del design e della moda e che per 6 mesi la vedrà anche capitale internazionale dell'alimentazione, grazie ad EXPO.
I tempi sono maturi - afferma il Dott. Fusetti, Direttore della SPD - perché il mondo del food richiede con urgenza figure professionali che abbiano una cultura del cibo a 360° e il Master si pone come ambizioso obiettivo, quello di formare una nuova generazione di professionisti, design e manager che sappiano unire le competenze di marketing e comunicazione con la metodologia progettuale e la sensibilità al design.
E' ora di diventare 'contemporanei' e di trattare il cibo non solo dal punto di vista del prodotto e della sua trasformazione ma anche di prendere in considerazione tutti gli aspetti collaterali che ad esso sono legati in modo inscindibile come i luoghi del cibo, il design degli oggetti, l'analisi sensoriale, il food marketing, il packaging fino all'enogastronomia, la narrazione del territorio e le strategie di integrazione tra turismo e gusto.
E' un'illusione credere che la nostra esperienza gustativa si limiti solo a ciò che le nostre papille percepiscono: le emozioni che un cibo può regalarci sono fortemente (e spesso inconsciamente) influenzati da una serie di input che non siamo in grado di cogliere  in modo razionale ma ai quali il nostro cervello risponde.
Alla conferenza stampa sono intervenuti relatori illustri che ci hanno consentito un 'assaggio' di quello che sarà il master; vedere seduti allo stesso tavolo il food designer Martì Guixé, il designer Stefano Giovannoni, il gastronauta Davide Paolini, lo chef Davide Oldani,  lo psicologo Vincenzo Russo e il chief design office di PepsiCo, Mauro Porcini, non lascia dubbi in merito a quanto sarà innovativo il percorso formativo e soprattutto permette di sperare in concrete opportunità di impiego.
Questa è l'Italia che usa tutte le risorse per rinnovarsi, che vuole valorizzare il proprio Cultural Brand che si basa su quattro pilastri fondamentali: design e moda, arte e storia, territorio e turismo, qualità del cibo e tradizione culinaria. 
C'è da perderci la testa tanto è completo, ricco e multidisciplinare il programma; io ci ho lasciato il cuore...
Il master avrà inizio il 30 marzo 2015, sarà articolato in 11 moduli didattici, ed è rivolto a laureati italiani e internazionali; è prevista una selezione per individuare un numero limitato di studenti e si svolgerà completamente in lingua inglese. Vedrà la partecipazione, in veste di docenti, di designer, professori universitari, giornalisti, chef, manager e imprenditori protagonisti nei propri ambiti di competenza. 
E qui mi tremano i polsi nel darvi questo annuncio: l'AIFB-Associazione Italiana Food Blogger è stata invitata a tenere una lezione sul tema "Food Blogger"; l'intervento sarà inserito nel Modulo 4 "Food Marketing & Communication".

Per tutte le informazioni potete visitare il sito ufficiale del Master www.masterfoodesign.com

15 ottobre 2014

Pasta-gioco (o basta-gioco)


Non si gioca con il cibo.
Di solito si rivolge questa frase ai bambini che svogliatamente pasticciano con gli alimenti che hanno nel piatto. Ma il verbo 'giocare' ha davvero un'accezione negativa quando si accosta alla parola 'cibo'? Se con esso non si può giocare, per quale ragione assistiamo impotenti al suo spreco mentre metà del mondo ingrassa fino a morire e l'altra metà muore per la sua mancanza? Non è il gioco, ma la mancanza di rispetto per il cibo a segnare il confine tra il bisogno primario e l'aspetto ludico; la sua spettacolarizzazione, le gare di cucina in TV e quella specie di esibizionismo e fanatismo culinario che, in molte circostanze, diventa cattivo 'gusto', dovrebbero spingerci verso una pausa di riflessione su una delle cose più importanti per la nostra vita. Dopo l'aria e l'acqua, il cibo è l'energia primaria. 
Con il cibo non si gioca (a tavola), tuttavia non ci facciamo scrupoli nel trattarlo male in diverse circostanze, anche quando scegliamo di non sceglierlo.
Ma con il cibo, io ci gioco. 
Perché il gioco può diventare un mezzo per educare e per veicolare un messaggio, un modo per imparare a prenderci cura di noi stessi anche attraverso gli alimenti di cui ci nutriamo.
Così, prima di cucinare una semplice pasta, mi sono divertita a ritagliarla nel cartoncino e a comporla, come se fossero tessere di un mosaico, e abbinarla con tutti i colori degli ingredienti. Perché il gusto e la cultura (del cibo) sono seri, come solo un gioco può esserlo, perché ogni gioco ha delle regole da rispettare.
Mi sono fatta una pasta di carta. Una pasta che non scuoce, non deperisce, non ingrassa, non ha odore ne sapore. Una pasta-gioco. 
Oltre la destrutturazione. Oltre la cucina.
(oltre la farneticazione).


Pasta-gioco (o basta-gioco)
per due persone

GIOCO
cartoncini colorati da scegliere in base agli ingredienti
matita
forbici

Disegnare sul cartoncino la sagoma di ogni ingrediente scelto, ritagliare la sagoma ed usarla per riprodurre altri pezzi uguali in numero soddisfacente per preparare la ricetta. Alla fine del gioco, conservare in una scatola tutti i pezzi da riutilizzare per un'altra ricetta.

PASTA
200 gr di pasta riso e mais 100% integrale Riso Scotti
150 gr di mazzancolle
10 pomodorini ciliegini
mezzo bicchiere scarso di vino bianco secco
6 foglie di basilico
sale e pepe bianco
3 cucchiai di olio extravergine di oliva

Lavare bene con acqua corrente le mazzancolle, sgusciarle ed eliminare l'intestino (il filetto nero). Tenere qualche gambero con il guscio. 
Lavare i pomodorini e tagliarli in quattro parti.
In una padella, scaldare l'olio e rosolare i pomodorini per circa 4-5 minuti; aggiungere i gamberi e sfumare con vino bianco, lasciare evaporare. Salare e pepare.
Cuocere la pasta in abbondante acqua bollente salata, scolarla al dente e saltarla in padella con il condimento. Aggiungere il basilico fresco spezzettato.

28 settembre 2014

Nuovi Corsi: c'era una volta un'idea...

Chef Yann Bernard Lejard - Y.B.L Inc.
C'era una volta. 
C'era una volta la cucina, che tre anni fa mi ha portata ad aprire un blog. C'era una volta il mio interesse per le arti, il design, l'architettura e la fotografia. C'era una volta una curiosità da soddisfare. C'era una volta un nuovo inizio.
Non riuscendo a gustare il cibo senza osservarne con attenzione il colore e la forma decisi, più di un anno fa, di indagarne l'aspetto estetico cercando pubblicazioni che parlassero di questo argomento. Con grande sorpresa non trovai quasi nulla. Nulla sull'impiattamento, nulla sulla composizione cromatica e formale, nulla in merito alla scelta del piatto. Setacciai il web, link dopo link, trovando solo qualche articolo, insufficiente per rispondere alle mie domande.
Mi chiedevo come fosse possibile che un tema così importante come l'impiattamento, ovvero 'il modo di porre il cibo nel piatto', non fosse considerato nel momento in cui la cucina sembra essere argomento sulla (nella) bocca di tutti. Così un'idea bizzarra si insinuò nella mia testa, rimbalzandovi per settimane: è possibile studiare un piatto e il cibo contenuto in esso partendo dai principi delle arti visive? Dal punto di vista psicologico, cosa comporta un buono o un cattivo impiattamento? Come si impara l'arte di impiattare, ossia l'ultimo gesto compiuto da chi cucina e che influenzerà fortemente le aspettative di chi mangia?
Non sapere impiattare, non conoscerne i principi, è un po' come prepararsi per settimane per una festa ma uscire di casa in tuta da ginnastica e con i capelli in disordine. 
Il cibo buono deve essere anche bello, perché la bellezza del cibo (nel piatto) ha una fortissima componente psicologica in grado di influenzarne il gusto.
Così iniziai le ricerche e più leggevo, più avevo conferma del fatto che 'mangiare' è un'esperienza multisensoriale e il senso del gusto è, paradossalmente, l'ultimo dei 5 sensi ad essere coinvolto. Le interviste a grandi chef, come quella al maestro Gualtiero Marchesi che vive da moltissimi anni a stretto contatto con l'arte, confermarono la mia convinzione che le persone geniali sono prima di tutto degli eclettici che non si limitano ad esercitare solo le 'proprie competenze' ma attingono esperienza dalla creatività che li circonda. Volete sapere come è finita? Che se l'arte dell'impiattamento è uno degli aspetti creativi della cucina, i principi delle arti visive ne governano la disposizione. 
Vorrei ringraziare tutte le persone che fino ad oggi mi hanno aiutata, supportandomi e consigliandomi, gli chef che si sono resi disponibili al confronto e che hanno dimostrato interesse al mio progetto. Così dopo oltre un anno di studio, il mio progetto prende forma!
Sono nati due corsi che inizierò a tenere in alcune scuole di cucina di Milano (ma spero di arrivare anche più lontano). Il mio 'numero zero', la mia prima lezione, l'ho tenuta nel mese di aprile ai ragazzi dell'Istituto Alberghiero Amerigo Vespucci di Milano: una grande emozione e un ottimo riscontro.
Se vi ho incuriositi, se pensate che il cibo deve essere bello oltre che buono, se avete già seguito tutti i corsi di cucina ma pensate manchi qualcosa alla vostra preparazione,  non esitate a scrivermi!
I corsi sono per ora due: il primo tratta il tema dell'impiattamento, ed rivolto sia ai professionisti della ristorazione che agli appassionati di cucina; dato che sono una grande sostenitrice delle collaborazioni e della professionalità, questo corso lo terrò in collaborazione con degli chef. 
Il secondo è un corso per i genitori ma non solo, è rivolto a tutte le persone che si occupano di cucinare per i bambini; un corso dove si affronta il tema della bellezza del cibo (e dell'impiattamento) allo scopo di agevolare i bambini che hanno difficoltà a consumare verdura e frutta.
Vi riporto di seguito un'introduzione ai due corsi; per maggiori informazioni inviatemi una email a ilsensogusto@gmail.com


Credit: Pinterest

Progetto
CIBOFORMA&COLORE
Perché si mangia anche con gli occhi

“MANGIAMO CON GLI OCCHI: perché un ottimo cibo può finire solo con una bella forma"
L’impiattamento non dovrebbe essere solo una decorazione, ma parte integrale dell’esperienza multisensoriale del cibarsi. Se, come dice l’espressione popolare, noi mangiamo con gli occhi, la presentazione visiva dovrebbe essere importante quasi quanto le qualità sensoriali del cibo stesso. Il modo in cui gli elementi sono disposti in un piatto, può creare ogni volta percezioni gustative differenti. Inoltre, le aspettative prodotte dall’aspetto visivo, giocano un grandissimo ruolo nella formazione dell’esperienza di chi mangia. 
Se l’impiattamento può essere considerato alla stregua di un’arte figurativa, possiamo domandarci se in queste arti ci sono leggi e principi rigorosi oppure se la valutazione estetica del colore e della forma compositiva è esclusivamente soggettiva? Tutti i più grandi professionisti delle arti visive (fotografi, designer, pittori, stilisti, ecc), possiedono una profonda conoscenza dell’essenza e della teoria dei colori questo perché i colori esercitano un’influenza profonda che agisce sia che si conoscano, sia che si ignorino le conseguenze. Pertanto dovrebbe essere altrettanto necessario per coloro che amano cucinare, acquisire le tecniche di base relative alla percezione del colore e della forma, per non rischiare di incorrere in errori nella preparazione e nella presentazione di un piatto. 
Ogni buon piatto perde di valore, spesso anche di gusto, se presentato male, con i colori sbagliati e con gli abbinamenti sbagliati. La cucina è una vera e propria arte che non può essere confinata all’atto di eseguire fedelmente una ricetta. Senza la vena creativa, di fatto, l’arte si svuota lasciando il posto all’imitazione e all’esecuzione puramente tecnica.
Il corso consentirà ai partecipanti di acquisire i principi della composizione e della teoria del colore applicati all'impiattamento; nel corso si affronteranno i risvolti psicologici in relazione all’aspetto del cibo. La parte pratica del corso fornirà spunti pratici e consigli per l’ideazione di impiattamenti.

(*) I corsi per professionisti e per appassionati avranno durate differenti per consentire ai primi un maggiore approfondimento degli argomenti teorici e maggiore spazio alla parte pratica.

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“HO UN ALIENO NEL PIATTO! I bambini, le forme e i colori del cibo” 
"No, non lo voglio, non mi piace!" esclama Andrea, 7 anni, davanti a un piatto di piselli cucinati con cura. Cosa fare davanti all'ennesimo rifiuto? Che strategia adottare?
Non ci sono più dubbi: le esperienze gustative sviluppate dal bambino, dallo svezzamento in poi, tendono a condizionare le scelte alimentari nella vita da adulto; ma il gusto nasce molto precocemente: fin dalla fase fetale il cibo con cui si alimenta la mamma influenzerà il gusto del bambino. Ma per quale motivo i bambini tendono a preferire cibi con alta densità energetica e hanno una naturale predisposizione a scegliere cibi dolci e grassi? Che influenza hanno la predisposizione genetica, i comportamenti famigliari e il contesto sociale sulla scelta del cibo da parte dei bambini?
I colori e il modo in cui si dispone il cibo nel piatto possono indirizzare le scelte alimentari creando ogni volta percezioni gustative differenti. Le aspettative prodotte dall’aspetto visivo, giocano anche un grandissimo ruolo nella formazione dell’esperienza di chi mangia, includendo l’orientamento dei comportamenti.
Il colore è una delle componenti fondamentali dell’aspetto visivo ed estetico di un alimento, la prima cosa che spesso condiziona la nostra scelta e che genera, ancor prima del gusto, la formazione dell’acquolina in bocca. La prima impressione è quella che influenzerà i nostri successivi giudizi e comportamenti. Una singola ed unica esperienza negativa avrà un peso maggiore, rispetto a ripetute esperienze positive. 
Corso per mamme e papà e per tutti coloro che si occupano della preparazione dei cibi per bambini. Perché molti bambini non mangiano le verdure? Come si forma il gusto? Alcuni suggerimenti  per rendere più appetibile il cibo (ai bambini) attraverso l’uso del colore, delle forme e dell’impiattamento.


8 settembre 2014

Arabeschi del mare: mousse di trota con perle nere


C'è una cosa che cerco costantemente nella vita: la coerenza. E spesso c'è di mezzo il mare.
E' difficile agire discostandosi poco dal pensare, ma per me è una specie di pratica zen, c'è chi medita e chi si esercita con la coerenza. 
Coerenza significa anche rispetto; ci vuole coerenza per allinearsi al Sè interiore e fare emergere quello che realmente siamo. Prima l'ascolto e poi la coerenza nel portare avanti le scelte in autonomia.
Sto scrivendo in un blog di cucina e non ho ancora digitato una riga che parli di cibo. Ma questo è un tentativo per cercare di spiegare quello che sta accadendo e che state vedendo negli ultimi mesi: un vero e puro delirio di alici che volano, di acqua di cozze intrappolata in un parallelepipedo  e di risotti che volevano essere una birraOrmai mi annoio a ribadirvi il concetto e chissà se un giorno succederà anche a me di utilizzare per un set un'asse di legno sverniciata o una posata vintage
Questa volta dalla capsula in cui mi rifugio a meditare (alias la doccia) è uscito questo mix di mandala tibetani e centrini della nonna; per restare in tema di pratiche zen, sappiate che ho impiegato più di mezz'ora per posizione le piccole uova nella forma che vedete. 
E' ormai dichiarato: sento un bisogno impellente di mangiare con gli occhi. 


Arabeschi del mare

per la Mousse di trota bianca
2 filetti di trota bianca
un piccolo scalogno
100 ml di panna fresca
un pizzico di sale
pepe bianco
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

50 gr di uova di lompo 

10 Risette “Riso Scotti” (Rice Design)

Pulire e tagliare sottilmente lo scalogno. Farlo appassire in una padella con l’olio facendo attenzione a non farlo bruciare. Aggiungere i filetti di trota bianca lasciando la pelle a contatto con la padella, salare poco e pepare. Coprire con un coperchio e abbassare la fiamma fino a completa cottura. Fare intiepidire. 
Togliere la pelle alla trota, controllare la presenza di eventuali piccole spine e frullare la polpa insieme allo scalogno. Aggiungere la panna poco per volta fino ad ottenere una mousse morbida. Spalmare la mousse sulle Risette e aggiungere mezzo cucchiaino di uova di lompo.

(*) Può essere consumato come antipasto ma anche al posto di un pranzo leggero. E' una proposta economica perché la trota bianca si trova ancora ad un buon prezzo e le uova di lompo sono accessibili. Se volete variare la cromia, potete usare le uova rosse di trota. Le risette assorbono molto l'umidità della mousse quindi andrebbero preparate poco prima di essere servite. Una fetta di pane tostato invece garantisce una maggiore resistenza.

20 gennaio 2014

Frittata alla birra (di riso)


Ebbene sì, me lo dico da sola: 'Roberta, stai diventando noiosamente monocromatica con gli sfondi'. E prima nero, poi bianco, poi ancora nero e il prossimo temo che sarà bianco (e anche un po' nero). Ma che ci posso fare se proprio non ce la faccio ad immaginare una tazza sullo sfondo, un tovagliolo ripiegato sotto al piatto, una padella unta o una posata vintage? Da quel giorno in cui decisi quale sarebbe stata la mia strada, perseguo con questa idea del 'solo-cibo' nell'immagine. Ma avete provato a fare qualcosa che non fosse nelle vostre corde? A comprare un vestito per poi pentirvi subito dopo essere usciti dal negozio perché voilosapevate che il consiglio della commessa era magari sincero, che quell'abito vi sta bene addosso, sul corpo, ma non nel cervello. E non c'è sarta che tenga che possa aggiustarvelo, stringendo o allargando un po' qui e là. La vostra strada è già segnata ma la fregatura è riuscire ad imbroccarla senza perdersi nel bosco. Perché la vera verità, che è nata oggi tra le idee che là dentro stanno strette strette, è che il problema non è lavorare duramente ma capire veramente il lavoro che ci piace fare.
Chi ha la fortuna di capirlo, gode di tutta la mia stima.

Torniamo a questo 2014 che si rivela in salita, in discesa e poi torna in salita. Se non fosse che questi sali e scendi si riferiscono al mio umore, potrebbe essere perfino divertente. Tuttavia cerco di applicare gli anni di yoga, le discipline orientali, la meditazione e i miei trascorsi new age, per cercare di restare con i nervi saldi e di pensare positivo perché almeno la capacità di generare i pensieri come ci piacciono è ancora una delle poche libertà che abbiamo ed è anche esente da tasse; quindi tanto vale pensare che andrà nel migliore dei modi e se così non sarà, ci penserò al momento opportuno.

Ripartiamo da almeno una cosa certa: il progetto Look&Taste di Riso Scotti che mi vedrà nel gruppo anche per quest'anno. A dir la verità questa era una proposta per il 2013 e visto che l'avevo pensata per un picnic, che per il mese di gennaio mi sembra caschi alla perfezione, faccio la furba e dichiaro che mi muovo con anticipo di almeno 6 mesi pubblicando il mio primo esperimento di panificazione (chiedo umilmente perdono a coloro che panificano seriamente e con professionalità, io ho solo scherzato...).
Pane e frittata: tra gli abbinamenti più classici per un panino. Ma questa proposta è per un insolito pic-nic al chiaro di luna, dove il pane si confonde con il colore della notte e la luna e le stelle sono luminose quanto il sole che splende in una giornata d’estate. Un morso ed è subito atmosfera.

Pane al nero di seppia e frittatine di farina di ceci e zucca con birra di riso

Per il pane:
125 gr di farina 00
125 gr di farina manitoba
110 gr di latte intero tiepido
50 gr di burro
1 cucchiaino di lievito in polvere per preparazioni salate
1 cucchiaino di sale e 1 cucchiaio di zucchero
8 gr di nero di seppia
olio extravergine d’oliva 
semi di sesamo nero

Sciogliere il lievito nel latte tiepido. Mettere in una ciotola le due farine, aggiungere lo zucchero e il sale e miscelare. Versare il lievito sciolto nel latte e cominciate ad amalgamare. Aggiungete il nero di seppia e il burro morbido. Lavorare l’impasto per circa 5-10 minuti, fino a quando sarà lucido ed elastico. Una volta pronto, passare l’impasto in un cucchiaio di olio d’oliva e lasciarlo lievitare a temperatura ambiente fino al raddoppio. Formare successivamente un filoncino, dividerlo in parti uguali del peso di circa 6-8 pezzi. Formare dei panini ben tondi e appoggiarli su una placca foderata con carta da forno. Lasciarli lievitare al caldo fino al raddoppio di volume. Spennellarli con qualche goccia di latte e cospargerli con i semi di sesamo nero. Infornarli in forno statico già caldo a 180°C per circa 15 minuti. Sfornarli e lasciarli raffreddare.

Per le frittatine:
150 gr di farina di ceci
acqua
birra di riso Riso Scotti
un quarto di zucca gialla
sale e pepe bianco
curcuma
olio extravergine di oliva

In una ciotola mettere la farina di ceci, il sale, il pepe bianco e un pizzico di curcuma. Aggiungere in pari quantità acqua e birra di riso (si dovrà ottenere una pastella non troppo densa) mescolando con una frusta e facendo attenzione a non formare grumi. Lasciare riposare per circa un’ora in frigorifero. In una pentola antiaderente, stufare la zucca senza buccia tagliata a pezzetti con un cucchiaio di olio, mezzo bicchiere di acqua e un pizzico di sale. Coprire con un coperchio e far cuocere la zucca fino a quando non sarà morbida. Una volta cotta, schiacciare con una forchetta e lasciare raffreddare. Aggiungere la zucca alla pastella, mescolare bene. Ungere un padellino antiaderente con un po’ di olio, versare un mestolo di pastella e fare una frittatina. Farcire i panini con le fruttatine. 
A piacere si potranno aggiungere salse, insalate di stagione, noci, mandorle a scaglie e quanto più sarà di nostro gradimento.

13 dicembre 2013

Look&Taste: risotto sbagliato


Come ormai saprete, questo è un mese che proprio non mi si addice: il periodo natalizio genera in me una certa malinconia e le motivazioni non ve le sto a ripetere per non annoiarvi. Tuttavia quest'anno c'è nell'aria una piacevole novità: la moderazione. A causa della crisi, il generoso sfarfallio di luci e opulenza, si è oltremodo ridimensionato per assumere una forma decisamente più consona al vero spirito natalizio che, ricordiamo, festeggia un bambinello nato in una grotta e non in uno chalet a Cortina. Quando questi si è fatto grande, si è dato decisamente da fare per cercare di migliorarci l'esistenza, trascorrendo gli anni della ragione tra i poveri e bisognosi; intenzioni e motivazioni decisamente lontane dalla frenesia degli acquisti in cui siamo immersi da almeno un paio di decenni a questa parte. Dieci anni fa ho fatto una scelta cercando di avvicinare il mio Natale a quello dei ricordi dei miei genitori, in cui un mandarino e un paio di noci erano già un motivo di festa.
Probabilmente dopo queste parole mi sarò fatta un sacco di amici. ;-)
La stessa scelta di sobrietà cerco di applicarla anche a tavola, se non altro perché ho la fortuna di non dover aspettare il 25 dicembre per poter mangiare il classico menu delle feste. Anche qui prendo in prestito un ricordo del mio babbo che mi raccontava che la festa era veramente tale, quando si poteva mangiare un pezzetto di carne. Chi ha vissuto in città durante l'ultima guerra, la fame l'ha vista davvero in faccia, e il giorno di festa non era un segno rosso sul calendario ma quando potevi mangiare qualcosa che difficilmente ti sarebbe capitato di ri-mangiare nelle settimane o nei mesi successivi.
La mia tavola della festa è imbandita con la consapevolezza di essere fortunata a poter 'festeggiare' anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

Anche questa volta si tratta di una nuova ricetta per il progetto Riso Scotti-Rice Designil risotto 'sbagliato'. Scegliere un riso integrale per preparare un risotto è come pensare di cuocere un'orata al sale usando l'accendino: missione impossibile.
Il riso integrale non rilascia amidi in cottura, quindi si cuocerà ma senza regalarvi quella morbida 'onda' tipica dei risotti. Tuttavia ho scelto volutamente di cuocere il riso integrale come se fosse un riso da risotto (Carnaroli o Vialone Nano tanto per intenderci) aggiungendo un brodo-non-brodo che permettesse al riso di cuocersi ma senza disperdere i principi nutritivi nell'acqua di cottura. Ho evitato di usare la cipolla o lo scalogno per il soffritto mentre per il brodo mi sono affidata ad un infuso di lavanda. Per bilanciarne l’aroma molto riconoscibile, ho inserito il sapore leggermente aspro della mela verde (polpa e buccia) e il dolce della mela Royal Gala. I pistacchi tostati e salati oltre a dare croccantezza al piatto ne completano la sapidità.
Un riso per le feste ma anche per i mesi che seguiranno perché Natale può essere davvero tutti i giorni! :-)



Risotto integrale mele e pistacchi
per due persone

200 gr Riso integrale Riso Scotti
1 Mela verde Grammy
1 Mela Royal Gala
Pistacchi salati e tostati (a piacere)
Sale e pepe bianco
Olio extravergine di oliva
1 bustina di infuso alla lavanda

Lavare la mela Royal Gala, dividerla a metà e con una mandolina tagliare delle fettine sottili. Posizionare le fettine su una teglia coperta da carta da forno e metterle in forno a 70° gradi per circa 15-20 minuti, quando saranno asciutte, spegnere e lasciarle raffreddare senza toglierle dal forno.
Scaldare un litro di acqua e mettere in infusione la bustina di lavanda per circa 5-7 minuti.
Sbucciare la mela verde. Tagliare la polpa a pezzettini e la buccia a striscioline.
In un’altra padella scaldare due cucchiai di olio extravergine di oliva, fare tostare il riso integrale per qualche minuto e successivamente bagnarlo con il brodo alla lavanda e aggiungere subito i pezzettini di mela.
Il riso integrale non diventerà cremoso come un normale risotto, ma cuocerà con un leggero aroma di lavanda. Aggiustare di sale ma restare un po’ indietro perché la sapidità verrà completata dal pistacchio tostato e salato.
Mentre il riso cuoce, scaldare poco olio in una padella, fare insaporire le listarelle di buccia per 30-40 secondi e pepare leggermente.
Quando il riso sarà pronto, impiattarlo e completarlo con le bucce, i pistacchi frantumati a cui è stata eliminata la buccia e con le chips di mela croccanti.

26 novembre 2013

Look&Taste: nido al sapore di timo


Ci sono momenti in cui avrei tanta voglia di ritornare nel nido. In quel luogo del passato in cui tutto era più facile e spensierato e gli unici doveri erano quelli di sperimentare ed imparare. 
Ricordo ancora con piacere i 'miei' tempi in cui i livelli di allerta e di paura, pur vivendo in una grande e affollata città, erano decisamente più bassi. Alle scuole elementari ci andavo 'accompagnata' da altri bambini e in spalla portavo la cartella rettangolare che doveva durare per tutto il quinquennio.
Noi, da soli, ci facevamo scaltri e attenti anche solo percorrendo un breve tragitto. Ancora oggi mia mamma, con una punta di orgoglio nella voce, si diverte a raccontare che a 3 anni ogni tanto pedalavo con la mia biciclettina, in compagnia del mio amato Cicciobello, fino ad arrivare all'edicola che distava 5 minuti da casa, per acquistare il quotidiano per il mio babbo.
La cosa che più mi manca di quegli anni è il tempo dedicato al gioco e all'invenzione dei nostri divertimenti. Abitavo in un condominio in cui c'erano tanti bambini. D'estate le nostre giornate erano vita di cortile; l'inverno invece lo trascorrevamo, a turno, nelle case dei vicini che erano un po' la nostra famiglia allargata. Mi dicono in tantissimi che il nostro era un condominio un po' speciale, le nostre mamma si scambiavano le pietanze che preparavano e tutti insieme facevamo gite fuori porta. I tornei di ping-pong e un'edizione memorabile delle Olimpiadi condominiali hanno contribuito ad instaurare un legame profondo, di gratitudine e solidarietà che ancora mi rende orgogliosa di quell'insolito condominio.
Sono stata fortunata a vivere la mia infanzia in quegli anni, dove la raccomandazione più in voga -'non accettare caramelle dagli sconosciuti'- era l'unico avvertimento nei confronti del mondo esterno. La condizione odierna in cui vivono i bambini mi suscita invece delle riflessioni: nativi digitali, abilissimi con i dispositivi elettronici, svegli e anche un po' smaliziati ma che vivono in spazi fisici e metaforici sempre più stretti, fatti di paura, egocentrismo e insicurezza. Ma chi ha gettato addosso a questi bambini il peso delle paure di noi adulti? Cosa ha contribuito a peggiorare la realtà e la società in cui viviamo?
Ai miei tempi c'era molto spazio per la creatività, la manualità, la libertà di poter diventare grandi sperimentando il mondo magari con un pizzico di incoscienza ma che ricordava le avventure dei romanzi per ragazzi che tanta narrativa ci ha regalato. Ma oggi, quali sono i desideri che i bambini hanno per il loro futuro? Sognano ancora di diventare astronauti, esploratori o ballerine? Oppure vogliono fare i calciatori e le veline? Mi piacerebbe chiedere ai bambini che idea hanno del mondo oltre a quello visto attraverso la TV, il computer o lo smartphone. Chissà se sono ancora in grado di inventare i loro sogni e non solo di prenderli in prestito...
Vi saluto con un veloce suggerimento, che prende la forma del 'mio' nido per il progetto Rice Design. Perché a tutti i bambini sia concesso di avere un nido in cui ritornare :-)


Nido al sapore di timo

Spaghetti integrali Riso Scotti
Carote
Zucchine
Uova di quaglia
Timo
Olio extravergine di oliva
sale

Cuocere gli spaghetti fino alla quasi completa cottura, scolarli e versarli in una ciotola e condirli con un po’ di olio extravergine. Accendere il forno a 180°, posizionare su una teglia un foglio di carta da forno e arrotolare gli spaghetti aiutandosi con un coppapasta per mantenerli in forma. Mettere la teglia con gli spaghetti in forno e terminare la cottura facendo attenzione a non far seccare gli spaghetti. Lessare le uova di quaglia, farle raffreddare e tagliarle a metà.
Tagliare a striscioline sottili una zucchina e una carota e farle saltare per pochi minuti in una padella con olio extravergine, un po’ di timo fresco e sale qb. Servire gli spaghetti accompagnandoli con le verdurine croccanti, le uova di quaglia e qualche fogliolina di timo.

17 novembre 2013

Look&Taste: morbida croccantezza


Proseguo ancora per qualche settimana con i suggerimenti Rice Design. Questa volta con un piccolo esperimento 'tecnico' utilizzando il mio amato-odiato cioccolato di cui ho preso pienamente coscienza dopo un corso di cioccolateria professionale. Lo dico ad alta voce: lavorare il cioccolato non è un gioco da bambini!
Il temperaggio richiede una buona materia prima, manualità, esperienza e tanta voglia di pulire la cucina se si decide di usare il metodo del raffreddamento su un piano di metallo o di marmo. I fallimenti sono in agguato, le temperature vanno controllate con attenzione perché con l'approssimazione si corre il rischio di condannare il cioccolatino ad una patina bianca antiestetica che non piace a nessuno. E cosa vogliamo dire delle impronte in agguato quando si maneggiano queste lavorazioni estratte dagli stampi e del calore della mani che inevitabilmente agisce su questo sottile strato croccante neppure avessi sulla punta delle dita un piccolo radiatore? Forse i maestri cioccolatieri lavorano in celle frigorifere? Se qualcuno ha consigli e trucchi da suggerirmi verrà accolto a braccia aperte.

Questa volta la 'regola del principiante' che vuole che al primo colpo le cose vadano bene, mi ha regalato, senza temperaggio, un sottile strato di cioccolato lucido e gradevole agli occhi. Va da sé che questa volta l'ho avuta vinta io e così sono riuscita a fare qualche scatto prima che sparissero inesorabilmente dal piatto.


Cannoncini al cioccolato fondente con ripieno di morbida crema al biscotto
Per 12 pezzi

200 gr di cioccolato fondente al 50%
100 gr di biscotti Krumiri Riso Scotti
250 gr di ricotta di latte vaccino
70 gr di zucchero di canna chiaro
1 uovo
gherigli di noce
albicocche disidratate

Preparazione dei cannoncini
Ritagliare 12 quadrati (10x10 cm) da un foglio di acetato per uso alimentare.
Tagliare in piccoli pezzi il cioccolato e farlo sciogliere a bagnomaria. Quando sarà pronto, posizionare un cucchiaio abbondante di cioccolato quasi al centro del quadrato di acetato; attendere circa 30 secondi e poi tirarlo con una spatola di acciaio in uno strato non molto sottile fino a ricoprire quasi tutta la superficie (ad eccezione di una striscia larga circa 1 cm che servirà per chiudere il cannolo). Attendere una ventina di secondi e poi arrotolare l’acetato facendo coincidere i due lembi di cioccolato; bloccare il rotolino con del nastro adesivo. Una volta preparati tutti i cannoncini, metterli in frigorifero a solidificare per circa 12 ore. L’acetato andrà rimosso dopo aver farcito il cannoncino

Preparazione della crema al biscotto
Ridurre in polvere i biscotti Krumiri Riso Scotti utilizzando un mixer. Versarli in una ciotola e aggiungere la ricotta, lo zucchero e l’uovo e amalgamare accuratamente. Una volta ottenuta una crema morbida e uniforme, aggiungere a piacere pezzettini di noci e albicocche disidratate.
Usare un sac-a-poche per farcire i cannoncini almeno 4-5 ore prima di servirli.